PIEMONTE

STORIA E DOLCEZZA

Torino ed il cioccolato!

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Torino ed il cioccolato!

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Torino ed il cioccolato!
Un dolce quanto antico connubio
Dobbiamo riconoscere a Emanuele Filiberto di Savoia due meriti: il primo è di aver trasferito la capitale ducale da Chambéry a Torino nel 1559, il secondo, molto più dolce e, prettamente culinario, è di aver portato nella cittadina torinese i primi semi di cacao, già conosciuti e sapientemente utilizzati da cuochi e pasticceri di corte. Nacque così la lunga tradizione del cioccolato piemontese. In un primo momento il “cibo degli dei” veniva servito sotto forma di bevanda liquida, come bavareis a o come il più famoso bicerin , una miscela di cacao e caffè assaporata e celebrata persino da Alexandre Dumas, durante un viaggio a Torino nel 1852: “Fra tutte le buone e belle cose di Torino, non dimenticherò mai l’eccellente bevanda al cioccolato servita in tutti i caffè”.
Ma forse non tutti sanno che la specialità di Torino, il cioccolato gianduia o meglio il gianduiotto, sono nati nel 1861, all’indomani dell’Unità d’Italia, in un momento di difficoltà economiche. Per far fronte ai disagi del nuovo regno si pensò di ridurre l’impiego di prodotti d’importazione, come il cacao, miscelando alle vecchie ricette per la produzione del cioccolato, un ingrediente tipicamente piemontese, la nocciola, e in particolare la varietà chiamata “Gentile delle Langhe“. Da questo legame nacque il cioccolato gianduja, così chiamato perché a dargli il nome fu “Gian d’la duja” (ovvero “Gian del boccale”) una figura popolare dell’epoca che diventò in seguito la maschera tipica del Carnevale torinese. Molte confetterie torinesi portano avanti ancora oggi la tradizione del cioccolato gianduia, dando vita a prodotti d’eccellenza dei quali si conservano gelosamente le ricette e i segreti.

A proposito di cioccolato, una curiosità:

In piemontese spesso si sente dire “Fè na figura da ciculatè” (“Fare una figura da cioccolataio“), ma da cosa deriva questa espressione? Si dice che il Re Carlo Felice chiamò a corte uno dei maestri cioccolatai più conosciuti (e più arricchiti) di Torino per fargli una sonora romanzina: costui, infatti, aveva osato circolare per la città con una carrozza trainata da ben quattro cavalli, quando solitamente i borghesi dell’epoca erano soliti utilizzarne solo due, costringendo quindi il sovrano a “essere scambiato per un cioccolataio”.

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